La guerra delle margherite · Capitolo III
Il primo e ultimo tocco
Anno 1209
Ero ancora troppo piccolo e ingenuo, e non davo ancora peso a quello che vedevo davanti ai miei occhi, perché tutto aveva un peso diverso. Ma ora mi ritrovavo lì, a fare un gradino dietro l’altro, seguendo una delle donne dell’ordine che mi portava ai piani superiori, dove io e gli altri bambini non potevamo accedere.
Ogni passo, ogni gradino fatto mi faceva sentire emozionato e spaventato allo stesso tempo, ma non dovevo preoccuparmi, perché mi era stato chiesto e io, in silenzio, annuendo, seguivo quella donna per quella scalinata tra i vari piani. Non durò molto, ma a ogni cigolio, a ogni passo, sembrava dilatarsi nel tempo.
Alla fine di quella salita giunsi in un corridoio dove le donne dell’ordine dormivano. La cosa che notai fu che ogni porta del corridoio, mentre lo attraversavo, era adornata da un simbolo che vedevo spesso anche al collo delle stesse donne.
Alla fine giunsi a una porta socchiusa, dove stava una giovane con le mani raccolte e strette al petto e gli occhi chiusi, che muoveva la bocca, mentre la donna che mi accompagnava aprì la porta socchiusa ed entrò.
Io restai fermo, mentre da dentro sentivo: «Sorella, le ho portato Erik, è fuori che attende». Non sentii nessuna risposta provenire da dentro, ma pochi secondi dopo vidi due donne uscire dalla stanza, il volto coperto da un velo che non permetteva di vederle, vestite in una tunica biancastra sporca di sangue e ingiallita, lasciandomi immobile e incapace di reagire finché non mi diedero le spalle.
Sull’uscio mi chiedeva di entrare la giovane donna che mi aveva appena accompagnato fin lì, e così la seguii, lasciando la ragazza sulla sedia a pregare.
Varcai la soglia della stanza e un odore forte mi arrivò alle narici. L’aria che mi raggiungeva era pesante e calda, e l’odore era difficile da decifrare. La mia bocca si riempiva di saliva e sentivo il respiro accorciarsi, come se avessi bisogno di più aria per far fronte al peso di quell’odore, e in quell’istante la mia mano salì al viso e tossii, sentendo scendere dai miei occhi delle lacrime involontarie.
La luce entrava da una finestra chiusa, ma non bastava a illuminare quella stanza spoglia e povera.
La giovane donna, coprendosi la bocca con un panno, si avvicinò al letto, e lì notai per la prima volta una donna anziana vestita di bianco, pallida in viso, con gli occhi socchiusi a guardare il soffitto, mentre la ragazza si era messa a parlarle all’orecchio. In quell’istante l’anziana fece un debole sospiro e tossì, e a fatica, con l’aiuto della giovane, si tirò su di una manciata di centimetri. Poi, mentre la donna apriva appena la finestra per far cambiare l’aria, l’anziana alzò un braccio tremolante e disse con voce debole: «Vieni… pure qui…». Si fermò a tossire nel fazzoletto e riprese: «…Erik». Io guardai la donna che aveva aperto la finestra, che si stava mettendo in piedi sull’uscio della porta dietro di me, poi riguardai l’anziana sul letto.
Mandai giù un conato di vomito che mi era salito a causa dell’odore che inalavo, e mi avvicinai alla donna che emanava dal suo letto quell’odore così pesante, ma al tempo stesso alla finestra lì accanto, che permetteva il ricircolo dell’aria.
Arrivai al letto su cui era distesa la bianca anziana, che con una mano teneva un panno insanguinato di sangue nerastro, e con l’altra una mano bianca e vuota che cercava come poteva di toccarmi. Ma io restavo indietro, confuso da quella situazione, come se mi fossi paralizzato. Poi lei disse: «Per… favore… fatti toccare un’altra… volta».
La mia mano tremante si porse a toccarla, ma al freddo tatto della donna la ritrassi, istintivamente. La sua mano, pur scendendo sul letto ormai stremata, cercava ancora di toccarmi, così desistetti a quella sensazione e istintivamente accolsi quella fredda, debole stretta, che sembrò rincuorare la povera anziana.
L’anziana iniziò a passarmi il pollice sul dorso della mano mentre mi stringeva debolmente, e iniziò a dire: «Sei sempre… stato un bravo bambino… un piccolo miracolo…». La donna tossisce sul suo petto, ormai non più curante della cosa, poi fa un respiro lungo, quasi soffocato, e dice: «Io ti ho… visto nascere…». Sento la sua mano improvvisamente farsi rigida mentre lei dice: «Tua madre era…». La sua voce si fa strozzata e spenta, e tossisce di nuovo. Poi la vedo in volto, con gli occhi lucidi, e sento pronunciare: «Loda… sempre… Sol», sentendo la mano fermarsi.
In quell’istante sentii dei passi venire verso di me. La giovane donna che mi aveva accompagnato fin lì mise una mano vicino al collo dell’anziana e d’impulso corse fuori dalla porta urlando: «Venite presto!», lasciandomi lì. In una frazione di secondo la stanza si riempì di donne, e in men che non si dica venni preso e portato fuori dalla porta, mentre dietro di me vedevo per l’ultima volta quell’anziana e le donne più giovani che si apprestavano a starle vicino al letto.
Passai fuori da quella porta una manciata di minuti.
Giorni dopo celebrammo una funzione funebre al santuario di Sol, con inni e canti di giubilo per quella donna e per la grazia che le donava Sol. Poi un gruppo di donne più anziane si allontanò in una marcia, tutte coperte di nero, dietro a una carrozzetta da carico che teneva le spoglie della donna che si era spenta.
Quella stessa sera non chiusi occhio, perché una parte di me non si dava tregua e continuava a sentire la mano come coperta al tatto da un alone invisibile che sembra non andare via. E ogni volta che chiudo gli occhi ricordo sempre quegli ultimi istanti di quella donna, prima che si spegnesse toccandomi la mano.