La guerra delle margherite · Capitolo I

L’alba che sorge

Anno 1204

In una casa isolata a ridosso dei campi aridi e sterili, una donna con le ginocchia ormai consumate pregava tutti i giorni all'alba e al tramonto, ai piedi del suo letto, la dea della vita Sol, anche se il suo corpo non la sorreggeva più, per fare in modo di mettere alla luce il piccolo che aveva in grembo.

A sostenere la gestazione e il comportamento di Elein e il suo sostentamento era venuta ad aiutarla una levatrice dell'ordine di Sol, che l'aveva messa al mondo e che ora l'aiutava.

Elein nell'ultimo periodo era emaciata e fredda al tocco e spesso tremava mentre si rannicchiava per tenere caldo in grembo, ma lei continuava a cannibalizzare la sua stessa anima pur di farcela, fino a un fatidico giorno.

Il travaglio cominciò nel cuore della notte, dopo che Elein disse con voce spenta alla levatrice: La levatrice afferrava le mani fredde e stanche di Elein.

Spinse in silenzio, con gli occhi fissi al soffitto di legno, mentre le lenzuola si sporcavano di sangue e urina, finché non sentì uscire il bimbo da lei.

Ma non emise nessun gemito.

Elein, con le lacrime che le macchiarono le guance, chiese tremante il bambino.

La levatrice tagliò il cordone ombelicale e lo passò alla madre che si stava spegnendo.

Lo prese al petto e lo guardò piangendo, una lacrima cadde sul volto del bambino che a fatica esalò un respiro.

Quel flebile respiro fece cedere a poco a poco ogni fibra del corpo di Elein nel letto.

Elein strinse a sé il bambino con tutte le forze che aveva e disse esalando il suo ultimo respiro, abbandonandosi.

Mentre il bambino restava avvolto al suo petto.

In quell'istante la levatrice prese un panno pulito che aveva con sé e prelevò il bimbo morente, fece un segno sacro e poi coprì con le coperte il volto di Elein.

Varcò la soglia della casa e si diresse via con il fagotto a sé, mentre un'alba cupa si ergeva a un nuovo giorno.